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sabato, 06 settembre 2003

A un Piede e Mezzo Dal Muro

di Stefania Marrone e Cosimo Severo - Ricerche musicali e composizioni di Fabio Trimigno (Violino), Roberto Pozzi (Chitarra), Aldo Grillo (Percussioni). Eseguite dal vivo dagli autori. - Attori Stefania Marrone, Valentina Franchino, Cosimo Severo - Coro Giacometta Beccarino - Regia Cosimo Severo - In collaborazione con Antonio Pizzicato - Organizzazione - Iscra Venturi - Produzione - Assessorato Cultura Città di Manfredonia - Bottega degli Apocrifi


A un Piede e Mezzo dal Muro è la storia di una distanza.

La distanza che c’è tra il sud Italia lento e macchinoso del 1620 e la curiosità di Giacometta, una ragazzina di dieci anni che questo sud lo guarda col binocolo da una finestra del convento dove la educano, a Manfredonia, vicino Foggia. Fuori c’è una realtà che ha fatto dell’attesa la sua specialità, una realtà a cui si chiede solo di scorrere serenamente, pronta a congelare ogni dubbio e ogni contrasto con la facilità con cui si congela la vita anche oggi nel nostro Sud.

Dentro c’è la quotidianità di Giacometta fatta di impazienza calda e desiderosa, di voglia di vedere cosa succede fuori, di speranza che qualcosa succeda e la riguardi da vicino. Giacometta è la voglia di diventare grande di una ragazzina a cui sembra di avere poca voce in capitolo: non voleva andare in convento, voleva i capelli lunghi, i vestiti larghi, le piaceva guardare per ore fuori dalla finestra e voleva fare la vedetta. E invece era là dalle clarisse, con i capelli poco sotto le orecchie, poteva guardare fuori solo di notte e di nascosto, e la vedetta è un mestiere da uomini. Ma quando sarebbe stata grande sarebbe cambiato tutto, qualcosa almeno.

Nell’agosto del 1620 i Turchi assaltano Manfredonia e in tre giorni la distruggono completamente, Giacometta è portata via: crescerà nell’harem del sultano anziché nel convento delle clarisse, e nell’harem tutte le finestre sono più basse del muro che circonda il giardino. Giacometta cambia nome, diventa Saphira, e resta lì per più di vent’anni, vent’anni senza guardare fuori.

Dopo un po’ si abitua, con una naturalezza tale che non potrebbe nemmeno dire quando è successo di preciso, quand’è che ha smesso di avere le idee chiare e ha cominciato a seguire lì dentro dei consigli non richiesti, quand’è che ha iniziato a lavorare per essere come le altre, quand’è che non ha più avuto in mente la voce di suo padre e il suono della sua lingua. Ha imparato ad aspettare anche lei, senza sapere cosa di preciso. Fino a quando non rischia di morire: è lì, nel momento di dire le parole più preziose della sua vita che Saphira non sa che lingua usare, è quando ha bisogno di avere vicino le persone più care che non sa chi chiamare. Saphira si salva dal veleno che le avevano dato e si salva dalla sua distrazione, cerca i suoi occhialoni e dopo vent’anni ha un desiderio preciso…

Postato da: bottegadegliapocrifi a 17:21 | link | commenti


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