Così, con gli occhi aperti sopra strade tutte da ricercare
Il laboratorio teatrale che passa dalla bottega degli apocrifi, è una strada lunga e per niente facile, e c’è bisogno sempre di un motore in grado di reggere le lunghe percorrenze e le strade sconnesse. Un motore resistente per chi lo guida, e un motore resistente per chi in quel momento è allievo.
Ciò che è accaduto a Manfredonia in questi mesi da dicembre circa quando abbiamo cominciato i laboratori, in tutti gli Istituti coinvolti, compreso l’Istituto Giannone di San Marco in Lamis, è stato un viaggio teatrale alla riscoperta della memoria partendo dal sé presente. Un sé reale e vivo, ma ancora non pienamente cosciente. Un sé che si potesse sperimentare, mettere in discussione.
Spesso mi sono ritrovato con dei ragazzi che del teatro avevano un’idea troppo cerebrale. Un teatro tutto di testa e niente corpo. Questo è stato un passo importante da fare, le storie prima di essere testo sono vita, corpo, tatto. Grazie al lavoro di drammaturgia corale fatto con Stefania Marrone, e quello musicale con Fabio Trimigno si è potuto rimescolare un testo/racconto con dei corpi, delle voci e dei suoni.
È difficile per me ora, mettere in parole ciò che si va producendo e sviluppando durante un laboratorio di teatro, il cui obbiettivo non è affatto quello di formare dei provetti attori, e neppure quello di realizzare uno spettacolo. I saggi/spettacoli sono una meta, importante però, per darsi un obbiettivo evidente. Un obbiettivo capace di recuperare quelle forze di entusiasmo per convincersi che quel sudore, quelle ore, quel corpo messo alla berlina, quella voce ricercata dentro le pieghe di ricordi di altri, quella stanchezza fisica e psichica, avessero un punto d’approdo. Ma i saggi, gli spettacoli in genere sono comunque degli approdi temporanei. Poi bisogna salpare nuovamente alla ricerca di itinerari ancora nascosti.
C’è dell’animale dentro ogni uomo/donna/ragazzo/adolescente che si rispetti, un animale capace di restituirci quell’immaginario vivo, sepolto da ore prolungate davanti alla televisione; quell’animale capace di ricostruire ponti interiori tra ciò che è impossibile e ciò che a mano a mano diventa possibile; quell’animale che ci permette di adoperare il nostro corpo come fosse esso stesso una storia da raccontare, un animale in grado di farci innamorare di ciò che si sta facendo.
Ho visto questi ragazzi innamorarsi, ma di un innamoramento lento e circospetto. Niente colpi di fulmine e niente fuochi di paglia. Anzi circospezione. Mi hanno scrutato come fossi il più alieno degli alieni piombato nelle loro scuole a rovesciare le coordinate di immaginari preconfezionati.
Ho cercato di vivere il laboratorio facendo teatro sempre, mai raccontandolo, o spiegandolo. Lo faccio sempre e chi mi ha fatto innamorare del teatro ha sempre fatto così con me. Il teatro è la libertà di re-immaginarsi, è la possibilità di abbandonare un’immaginazione stantia e omologata e di essere vivo sopra un palco.
Ciò che resta nei ragazzi di questo ‘lavoro’, l’hanno detto diventando a loro volta dei buoni spettatori, dei frequentatori attenti di teatro e spedendoci sms come questo: “Spero che crescendo possa incontrare persone come voi, perché i ragazzi necessitano di speranza. Speranza che ci sia gente pronta ad ascoltare che ci dia la possibilità di tentare per cercare di arrivare dove il cuore desidera. Voi ci avete dato questo.”
…… Spero davvero che questo lavoro non vada perso. Spero davvero che l’innamoramento colga prima o poi anche coloro che devono occuparsi di Politiche Culturali. Spero che non si debba sempre ritrovarsi a raccontare un progetto e guardare al domani con l’idea che qualche politico forse, decida di continuare o meno. Un progetto è valido dal momento in cui è a lunga scadenza, anzi a scadenza non indicata. Lasciamo che questa città si contamini. E questa volta non di aria velenose.
Sento l’urgenza di questo motore resistente. Capace di essere all’avanguardia. Capace di aprire gli occhi oltre il vedibile oltre il pre-confezionato, oltre una convenzione dell’immaginario e lasciarsi immaginare nuovamente. E questo i ragazzi di Manfredonia e di San Marco in Lamis me l’hanno detto facendolo.