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Teatro Pubblico Pugliese
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19 agosto 2004
all'interno del Cartellone del Cantiere Città Teatro -
Manfredonia - P. Antistante Nuovo Mercato Ittico ore 21.30
A un Piede e Mezzo Dal Muro
(con Orchestra da Camera e Coro)
di
Stefania Marrone e Cosimo Severo
Ricerche musicali e composizioni di
Fabio Trimigno (Violino), Roberto Pozzi (Chitarra), Aldo Grillo (Percussioni). Eseguite dal vivo dagli autori.
Narratori Stefania Marrone, Valentina Franchino, Cosimo Severo
Coro Giacometta Beccarino
Gezia Armiento, Lorenzo Armillotta, Mafalda Cainazzo, Antonella D’Ascanio, Michela Di Noia, Raffaele di Noia, Marisa Farano, Maria Grazia
Orchestra da Camera Giacometta Beccarino
I° Violini Elia Caputo, Adriana Vitale – II° Violini Ilaria Urbano, Valeria Stellati, – Viola Vincenzo Starace – Violoncello Michela Celozzi – Contrabbasso Michele Lorenzo Telera – I° Flauto Maria Pia Piemontese – II° Flauto Elisabetta Loconsole – Clarinetto Fabio Troiano
Elaborazioni Orchestrali di Fabio Trimigno
Regia Cosimo Severo
In collaborazione con Antonio Pizzicato
A un Piede e Mezzo dal Muro è la storia di una distanza.
La distanza che c’è tra il sud Italia lento e macchinoso del 1620 e la curiosità di Giacometta, una ragazzina di dieci anni che questo sud lo guarda col binocolo da una finestra del convento dove la educano, a Manfredonia, vicino Foggia. Fuori c’è una realtà che ha fatto dell’attesa la sua specialità, una realtà a cui si chiede solo di scorrere serenamente, pronta a congelare ogni dubbio e ogni contrasto con la facilità con cui si congela la vita anche oggi nel nostro Sud.
Dentro c’è la quotidianità di Giacometta fatta di impazienza calda e desiderosa, di voglia di vedere cosa succede fuori, di speranza che qualcosa succeda e la riguardi da vicino. Giacometta è la voglia di diventare grande di una ragazzina a cui sembra di avere poca voce in capitolo: non voleva andare in convento, voleva i capelli lunghi, i vestiti larghi, le piaceva guardare per ore fuori dalla finestra e voleva fare la vedetta. E invece era là dalle clarisse, con i capelli poco sotto le orecchie, poteva guardare fuori solo di notte e di nascosto, e la vedetta è un mestiere da uomini.
Ma quando sarebbe stata grande sarebbe cambiato tutto, qualcosa almeno.
Nell’agosto del 1620 i Turchi assaltano Manfredonia e in tre giorni la distruggono completamente, Giacometta è portata via: crescerà nell’harem del sultano anziché nel convento delle clarisse, e nell’harem tutte le finestre sono più basse del muro che circonda il giardino. Giacometta cambia nome, diventa Saphira, e resta lì per più di vent’anni, vent’anni senza guardare fuori. Dopo un po’ si abitua, con una naturalezza tale che non potrebbe nemmeno dire quando è successo di preciso, quand’è che ha smesso di avere le idee chiare e ha cominciato a seguire lì dentro dei consigli non richiesti, quand’è che ha iniziato a lavorare per essere come le altre, quand’è che non ha più avuto in mente la voce di suo padre e il suono della sua lingua. Ha imparato ad aspettare anche lei, senza sapere cosa di preciso.
Fino a quando non rischia di morire: è lì, nel momento di dire le parole più preziose della sua vita che Saphira non sa che lingua usare, è quando ha bisogno di avere vicino le persone più care che non sa chi chiamare. Saphira si salva dal veleno che le avevano dato e si salva dalla sua distrazione, cerca i suoi occhialoni e dopo vent’anni ha un desiderio preciso…